Che cos' è Trieste? La città "nevrotica" di Saba, tormentata da un perenne senso di non appartenenza, la città della solitudine in mezzo agli altri, delle lunghe passeggiate senza meta di James Joyce, felice di essere lasciato solo con se stesso? Oppure è la città del mare a ogni angolo, del sole, del cibo, dell'aria aperta, morbida, edonista, profondamente mediterranea? è tutte e due le cose insieme, luce e buio, caldo e freddo, piacere e severità.
Luogo dove la storia è ancora carne viva, dove convivono la memoria della Risiera e quella delle foibe, un posto zeppo di rabbia, dolore e morte. Ed è per questo che i triestini esibiscono una sorta di gaiezza compensativa, una volontà di godersi le cose della vita, forse per superare, rimuovere. Ci sono punti di osservazione privilegiati, itinerari per capire. Bisogna essere nati qui, per arrivare subito al dunque. Per arrivare al rapporto intimo di Trieste con il mare, quell' arrampicarsi sugli scogli tutto l' anno, per leggere un libro, per mangiare, per tuffarsi, quando soffia la bora gelida, quando il sole picchia come nel più meridionale dei porti.
L' acqua, l' orizzonte, la libertà, anche quella di spogliarsi davanti a tutti, sul lungomare d' accesso alla città, piacere non esibizionista del corpo, edonismo interiore. Trovo nella laicità dei comportamenti, nello stile easy going dei triestini, una delle ragioni per cui esperienze forti, come l' apertura del manicomio, voluta da Franco Basaglia, sono state vissute con atteggiamento dialettico. Città di confine, città borderline. All' ora di pranzo, "Il Posto delle Fragole", storico locale aperto dentro le mura dell' ex ospedale psichiatrico, è pieno di gente qualsiasi, operai e studenti.
Non c' è più traccia del fascino della follia, finalmente. Solo gente che mangia e beve. E che poi andrà al mare, a riflettere sulla vita.
Ieri ho conosciuto una ragazza triestina.