
Finalmente *!
Eccomi di nuovo nel mio “carapace” *. E questa volta sono obbligata a
starci almeno 5 giorni tranquilla e buona. Senza uscire. Rispetterò
l’ordine universitario alla lettera non per cieca ubbidienza ai grandi studiosi di diritto
, ma per volontà personale. Diciamo che prendo spunto da un dovere
contingente per esaudire un desiderio che altrimenti non avrei potuto
realizzare.
Leggere, scrivere, ascoltare musica, pensare, leggere, scrivere, ascoltare
musica, pensare, leggere, scrivere, ascoltare musica, pensare… [refrain].
Guardare la tv non rientra nei miei piani. Ho collegato il lettore dvd della coinquilina alla tv paleolitica in stato di equilibrio
precario - vedrò qualche film o concerto live.
Sarà piuttosto semplice abituarsi a questa vita sedentaria e inusuale per
me.
Stanotte mi è capitato di sentire un pezzo in una versione
sorprendente...
La voce che all’improvviso canta “Harvest Moon” di Neil Young è quella di
Cassandra Wilson.
Non so cosa è accaduto, ma è stato come se nella stanza entrasse un soffio,
una specie di nebbia anestetizzante. Tutto è nebbia. Ma non ho paura di
perdermi.
Ascolto attenta i suoni che prima lontani, poi sempre più vicini, vengono a
vedere chi sono. Come le lucciole di notte nei boschi, che se ne stanno a
palpitare tra gli alberi, gli arbusti, lungo i fossati in cui scorre qualche
ruscello. Se cammini lungo il ruscello notturno, in silenzio, cominciano a
volarti intorno, rapidissime, leggere. Ti sfiorano. Vengono a vedere chi
sei.
Ma io chi sono?
[Detumescenza.
Col tempo ho imparato a dissimulare il desiderio di capire ciò che sono
costretta ad accettare, sotto l’apparente dimenticanza. Edotta ingenuità la
mia.
Fingere per arrivare alla destrutturazione di ogni rapporto.
Da qui ripartire, ogni volta, attraverso un percorso sfibrante di situazioni
inadeguate, improbabili asserzioni, postille prive di necessità, contatti
che si autocelebrano, soffocanti e soffocati dalla loro stessa malnutrita
aspirazione a diventare esperienze uniche e indimenticabili.
Superficiali, effimeri come un deodorante per ascelle, squallide vocazioni,
sotterfugi dai perimetri cerebrali limitati con la tendenza a ricorrere
piaceri minimi.
Odio fuggire il sole per scaldarmi al gelo delle novità, distratta amante
delle vanità. Odio occupare appartamenti in condomini di utopia. Mi fanno
sentire addosso l’atmosfera di un villaggio claustrofobico.
Contorsioni dell’anima: forti tensioni e momenti di riconciliazione si
alternano fino a compenetrarsi in dissolvenza.
Reminescenze di una lacerazione. Trovo cocci di specchi deformanti di una me
inesistente in cerca di sé. Di un dolore di sé, persecutorio e
perseguitante, che appoggia le sue labbra sulle mie, con morbido sapore mi
bacia succhiandomi energie nelle notti dal cielo color malva.
L’oscurità mi va bene per riflettere: quando i miei pensieri si perdono, è
alle tenebre che mi aggrappo ancora, come se qualcuno mi gettasse una corda
che io afferro, e poi mi dondolo fino a trovare la calma del mio stato.
Le voci risuonano in modo diverso nella solitudine (intesa non come ciò che
mi separa dagli altri, ma come quello che vorrei mi legasse a loro, in
profondità. Siamo tutti soli. Ma esserne consapevoli dovrebbe portare a
creare dei legami di compassione con chi ci è vicino. O no?)
La vita mi provoca. Posso percepirla in tutta la sua evidenza. Ho sempre
cercato un equilibrio, l’equilibrio di tutto il mio essere nel mondo.
In verità sono alla ricerca del baricentro, di quel punto esatto che spetta
ad ognuno e ne definisce il posto, al di là del dolore e della frustrazione:
il luogo del suo adempimento.
Individuando quel desiderio violento di essere altrove, o meglio di
ritrovare un posto ideale quasi che un tempo l’avessi conosciuto, eccomi ad
un rinnovato punto di ripartenza: big bang della coscienza in cui l’avvenire
è più da inventare che da scoprire.
Vivo in libertà sorvegliata da me stessa.
Non procedo nello spazio. Procedo nel tempo.
Stand by.
Pausa di riflessione. Presa di distanza non da me stessa, ma dal mondo.
Riappropriarsi del tutto attraverso il niente delle incoerenze frammentate
sparse davanti agli occhi.
Mi istruisco sulle chiavi e sui grimaldelli per aprire segreti, paure,
reticenze, istinti.
L’intuizione è l’incarnazione meno ostacolata della natura, l’espressione di
una forza vitale in cui i sensi si elevano.
Violenta è la mia delicatezza per diventare “spiritualmente” libera].
Stanotte mi è capitato di sfogliare un libro di immagini
dedicate alla fotografia Kirlian: sono rimasta letteralmente catturata dai
colori, intrappolata dalle forme, folgorata dall’energia che sprigionano. Mi
piacerebbe approfondire meglio l’argomento.
Mi incuriosisce e affascina. Non sono molte le “cose” che mi fanno questo
effetto.
Vi mando un bacio Kirlian….impossibile da descrivere, per visualizzarlo vi
autorizzo ad usare tutta l’immaginazione che volete…