
Patchwork di opinioni.
Utimo. enigmatico. onirico. fiume digitale. David Lynch: INLAND EMPIRE. Una creatura che respira, cova, ci guarda dallo schermo. E talvolta ci parla. 182 minuti di porte che si aprono su ambienti sempre diversi, dal sole della California alla neve della Polonia, dal set di un film maledetto a un night club, da una tenuta lussuosa ad uno squallido ufficio di polizia, accompagnati da Nikki/Susan (la sopravvissuta Laura Dern). una specie di happening che però ha registrato defezioni improvvise e appisolamenti (con incubi) in sala: la storia di un mistero…il mistero di un mondo all´interno di altri mondi…che si svela intorno a una donna…una donna innamorata e in pericolo.
Mi piace pensare che, a quarant´anni dal primo vagito artistico del ciuffo che inquieta (Six figures data 1967), Lynch ha tentato (un´altra) summa del suo immaginario e un omaggio sui generis al mondo del cinema, che lo ha contenuto e lo ha divulgato. Inland Empire si fa metacinema, incorporando le immagini di un film che il regista Jeremy Irons sta girando con protagonisti Laura Dern e Justin Theroux. Una pellicola maledetta (manco a dirlo), perché riprende un progetto non portato a termine anni prima per la morte improvvisa dei due attori principali. Il set e le riprese rappresentano il filo rosso della vicenda, perchè iniziano e finiscono - sebbene si inabissino nel magma della narrazione - e raccolgono poi tutti i personaggi (persino una scimmietta, che era stata soltanto citata) in una chiusa che confonde ulteriormente invece di chiarire. E sembra prendersi gioco dello spettatore, come se gli mostrasse le carte senza comunque svelare il trucco.
Perché, come già in Mulholland Drive, c´è sempre un confine incerto tra la fiction, la recitazione e la realtà del personaggio. Nikki/Susan e il suo partner sul set entrano ed escono dalla loro vita privata incrociandola con la vicenda del film in lavorazione. La loro è una liason solo recitata o realmente consumata? Per Lynch, in una specie di subliminale Eyes Wide Shut, non ci sono barriere tra cio che accade e le pulsioni interiori, il sogno, le paure, la preveggenza. Sembra suggerirlo l´inquietante vicina di casa nel folgorante incipit: c´è una dimensione unica, indistinta, nella quale lei è capace di vedere passato/presente/futuro. L´esistenza stessa, in ogni momento, richiede una scelta tra infinite possibilità. Tutte quelle scartate, il contorno, sono altrimenti sviluppabili. Come tali, in costruzioni immaginifiche al cubo, le vive Nikki/Susan, attrice chiusa in un castello da un marito gelosissimo, ragazza attratta dal gioco del sesso, povera casalinga tiranneggiata da un uomo violento.
INLAND EMPIRE probabilmente non aggiunge niente di nuovo alla filmografia lynchiana. Sebbene continui a riempirla di prepotenti immagini dal fascino irresistibile (quanto inspiegabile), muovendosi in quel magma assolutamente originale e inimitabile che il regista ha coltivato come un´ossessione, oltre ogni ragionevole praticità. Saranno tre ore per qualcuno indigeste di lumi che vanno in corto, luci intermittenti, flash che accecano all´improvviso. Così per gli effetti sonori (oltre a qualche brano della colonna sonora - black tambuorine di beck, stranger, sinner man di nina simone reimagined ) che Lynch in persona cura al pari del taglio delle inquadrature, già dai tempi dello stupefacente b/n di Eraserhead. Metacinema ma anche anticinema qualche volta. Vedi le frasi che alcuni rivolgono direttamente o indirettamente allo spettatore. Una donna chiede al pubblico «Chi è quella?» dopo un frame in cui si vede un´altra donna sanguinante. O come l´inebetito ascoltatore di Nikki/Susan nel suo lungo racconto delle violenze subite, che riceve una telefonata e risponde: «Non credo che ci vorrà ancora molto». Tutto finisce con uno smagliante «Bello!» e un ghigno di derisione.
Sui titoli di coda infatti, in una chiusa (ci perdonerete) da 8e1/2 felliniano, tutti personaggi si ritrovano a raccolta in un grande salone: la protagonista, la vicina di casa, le puttane delle incredibili scene ballate e di quella straniante sul Sunset Blvd (gli amati/odiati viali puntati in direzione del sogno hollywoodiano), la scimmietta, gli uomini e un pianista con cilindro, per un lisergico balletto da musical, un motivo isterico che poteva essere un interminabile pezzo di Nick Cave e Blixa Bargeld. Le facce di chi balla sono nervosamente allegre, chi guarda ostenta una serenità catatonica.
I CONIGLI E IL TEMA DEL PIANTO
il pianto, come diceva de Martino, é uno dei momenti in cui siamo un corpo, e non abbiamo un corpo, ovvero uno dei momenti in cui lasciamo andare il nostro corpo all'incoscienza, non é un atto volontario. Esso é tematicamente contrapposto al riso, da una tradizione millenaria e mitologica, così come anche dal penultimo film di David Lynch Mulholland dr.: infatti Rebeca canta Jorando (trad. piangendo) con una lacrima disegnata sul volto e sviene assieme a Naomi Watts che ha una specie di attacco epilettico. se implicitamente alla donna bruna é legato il pianto (Rebeca é bruna, la Harring che porta la Watts al club é bruna), viceversa alla Watts é legato il tema del riso, con i vecchietti che la aggrediscono ridendo in modo inquietante. Ora, pianto e riso fanno capo a sfere di significato diverse, il riso é legato alla dialettica e alla definizione del rapporto del singolo con la società: lo dice Bergson che il riso é un atto sociale, si ride di un qualcosa di diverso dal normale, della rottura di uno schema: si ride di ciò che fuoriesce dallo schema, e se ne sottolinea la diversità (es. uno che cammina tranquillo è uno schema, se sbatte la testa, si rompe lo schema e si ride). Il pianto viceversa é un atto di conforto, esprime ciò che é nascosto, o la volontà di occultarsi e non ciò che é esposto (come il riso): si piange per compensare una perdita, non per sottolinearla, o rifiutare un evento che tende a disgregare. Addirittura in un passo dell'odissea non si capisce bene se Ulisse pianga o si nasconda. anche in I. E. il riso e il pianto sono legati. c'é una specie di Sit. Com. con delle risate a caso, e c'é una donna (ancora bruna) che la guarda e piange. ma c'é di più: gli attori dello show hanno teste di conigli.
Ora, siamo di fronte a uno spaesamento surrealista: una cosa che dovrebbe far ridere é privata non del riso ma del suo effetto comico, e addirittura chi la guarda piange. L'animale rimanda alla nudità e quindi all'esposizione, ma anche al culto morboso, come mito ancestrale, del feticcio e del totem. Quindi il coniglio da un lato sottolinea l'esposizione teoretica di chi fa ridere, dall'altra l'attaccamento morboso di chi lo osserva. Esso é il luogo dove pianto e riso si conciliano attraverso una tabuizzazione, un mascheramento.