
"La libertà dell'arte è un pericolo allorchè in un paese la classe culturale non fa tutt'uno con la classe politica e tra le due si aprono invece dei fossi di differenze più o meno profonde"
ALBERTO MORAVIA
Le parole non sono altro che voce di libertà quando tutto tace imbavagliato, sono i sussurri della lealtà e della dignità silenziosa, sono la muta mistificazione che salva la vita, oppure non sono niente, le parole non bastano, le parole non servono, la libertà, gli ideali, la lealtà, i ricordi, non hanno verbo, né occhi, né orecchie. Solo cuore.
Il film arriva come un pugno nello stomaco, come un atto di amore tradito.
Due cose rimangono impresse nel cuore unscendo dalla sala:
-una sigla: HGW XX/7
-e l'acquisto di un libro "per se stessi", nel quale poter rileggere il proprio riscatto etico.
La bellezza del film è tutta lì, in quella catartica e commovente sequenza finale; che riassume il senso e la portata di quello che da sempre considero il potere divinatorio della visione. E così come lo definirebbe, forse, anche Jean-Luis Comolli di cui sto leggendo "Vedere e Potere: "Il cinema, il documentario e l'innocenza perduta".
E potenzialmente racchiudibile nella seguente similitudine:
"Così come la visione degli atti della sua inchiesta è rivelatrice per Georg Dreyman delle amare verità sulla sua vita, così la visione di questo film è altrettanto rivelatrice, per noi spettatori, di tutto lo spettro di bontà e di cattiveria che allignava nella DDR negli anni della narrazione".