Mi è capitato tra le mani, settimane fa. "La solitidine di un maratoneta del pensiero" di Jacques Schlanger (edito da Il melangolo) mi ha attratto per l'attacco, proprio per le prime righe e per l'immagine che si staglia in mezzo alla copertina gialla: Tom Courtenay in una scena di "Gioventù, amore e rabbia", un film di Tony Richardson del 1962. Si parla di corsa e di pensiero, mi sono detta e ho preso a leggere. "Ho trascorso tre anni della mia adolescenza rinchiuso in collegio in un deserto dello spirito. Non mi piaceva né la gente né il luogo e di quel periodo non conservo quasi più alcun ricordo. Una sola cosa è rimasta viva in me: la corsa podistica" E poi: "Durante la corsa, che durava dai venti ai trenta minuti, avevo la possibilità di restare solo con me stesso, rimuginando i miei pensieri al ritmo delle falcate".
Born to run. E sono andata avanti. E' un libro di filosofia di un autore che non conoscevo. Ebreo, nato in Francia negli anni Trenta, poi trasferitosi in Israele dove insegna. Sarà pure importante tra gli addetti ai lavori. Ma io sono stata stimolata dall'attacco sulla corsa e dal suo modo di intrecciare riflessione sulla storia e sui temi della filosofia alla sua vita privata e più intima. Leggendo i primi capitoli è rinato in me l'entusiasmo che provano per quello che di filosofia ho imparato al liceo, quel poco che è rimasto ancora abbarbicato ai neuroni del mio cervello. Perché poi di filosofia ho letto sempre poco. Schlanger fa (o ripete da altri? non so dirlo) la distinzione tra filosofi di fondo e filosofi di superficie. Tra i primi c'è Husserl che per tutta la vita si è addentrato in un unico tema. Tra i secondi c'è Nietzsche, "uccello vendicatore" che guarda dall'alto con "colpi d'occhio furibondi".
Nella parte centrale del piccolo libro (poco più di cento pagine) c'è una riflessione sulla metafisica nella quale mi sono persa, anche perché la mia terminologia filosofica è troppo arrugginita (mi perdonino Adorno e Horkheimer). Procedo a fatica come una maratoneta senza pensieri. Alla fine, Schlanger è ritornato a parlare di sé, dell'amore e della fede, raccontando della propria adolscenza e del padre. Ho ripreso fiato, anche se ero ancora stordita e sono rimasta un po' delusa. Sono intense le pagine finali sulla morte, anche se non hanno aggiunto niente a quanto cerco sempre nei libri: un'illuminazione sulla impossibilità di mantenere la coscienza di sé dopo la morte. Resto sempre Misstake. Schlanger racconta che lo spaventa la manipolazione del corpo dopo la morte, l'essere toccato senza provare nulla. E' quello che lo scandalizza e lo sgomenta di più. Non ci avevo mai pensato e non interessa. Trovo più esistenzialmente rilevanti analisi che in Schlanger non ho trovato: risposte sulla memoria di sé dopo la morte, non la memoria degli altri, ma la nostra coscienza. L'anima, insomma, se c'è. Ma queste risposte non le dà la filosofia, sono consolazioni fornite dalla fede, per chi ce l'ha.
Per chiudere due frasi che, come farfalle, ho infilzato, e che sono fuori tema:
"Scrivere un libro. Non per l'obbligo di scriverlo, pubblica o sei morto, come accade agli accademici che restano presi tutta la vita nel subdolo meccanismo di dover produrre articoli per ottenere un avanzamento di carriera, un modo-simulacro di esistere di fronte ai colleghi, studenti e perfino a se stessi. Scrivere un libro per la gioia di scriverlo, per far festa con le parole, con le idee. Scrivere non per corvè, anche se fatta a dovere, ma per piacere, per accettare la sfida, anche se l'esito non sarà all'altezza delle aspettative".
"Essere senza storia o volerne fare a meno è, a sua volta, pur sempre una storia".